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Investimenti nel petrolio in aumento

Cosa succede ai soldi depositati in banca, o nei fondi pensione e assicurativi? Vengono ovviamente reinvestiti per un ulteriore guadagno, ma non è dato scegliere come.  

Ridurre gli investimenti nel petrolio ed ai grandi player dei combustibili fossili oggi diventa un obiettivo con grande priorità per riuscire a non superare il riscaldamento di +2°C delle temperature globali. 

Ma c’è da fare ancora molta strada. Se si vuole essere sostenibili bisogna fare attenzione sia a come spendiamo, ma soprattutto a come vengono utilizzati i soldi che mettiamo da parte. 

Aumentano gli investimenti nel petrolio

Le 60 banche più grandi del mondo hanno fornito 3,8 trilioni di dollari di finanziamenti per le società di combustibili fossili dall’Accordo sul clima di Parigi nel 2015. È questo il risultato di un report pubblicato da diverse associazioni ambientaliste.

Un fatto ancora più scioccante è l’aumento dei finanziamenti nel 2020. Nonostante i tagli del consumo dovuti alla pandemia, sono stati comunque superiori agli anni 2016 e 2017. 

Il primo paese che figura nella lista per ordine di grandezza della banca che ha finanziato questi investimenti nel petrolio è la Cina, ma complessivamente le banche statunitensi e canadesi risultano aver contribuito per quasi la metà dei finanziamenti, con 13 su 60 banche analizzate dal report. Anche l’Italia figura nello studio con Intesa Sanpaolo al 27° posto e Unicredit al 34°. 

Cinque anni dopo gli accordi di Parigi la tendenza non è ancora nella direzione giusta. Sono 17 (delle 60 analizzate) le banche che hanno preso impegni per raggiungere zero emissioni entro il 2050, ma questi impegni sono ancora troppo deboli. 

Molte, infatti, hanno integrato politiche per carbone e combustibili fossili più inquinanti, ma restano tuttora attivi gli investimenti nelle grandi aziende di petrolio e gas, come nel caso di BNP Paribas che ha fornito il maggior numero di finanziamenti nell’UE. 

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Progetti fossili in fase di sviluppo

Di recente, numerose associazioni no profit hanno redatto uno studio che prende in considerazione 12 “mega-progetti” per combustibili fossili che sono attualmente in sviluppo.

Lo scopo dello studio è quello di creare consapevolezza sugli impatti di questi progetti e denunciare non solo le aziende che li realizzeranno, ma anche le banche e aziende che li finanzieranno.  

Se venissero realizzati questi progetti, i danni sarebbero incalcolabili. Parliamo di un rilascio in atmosfera di 175 miliardi di tonnellate di CO2, un volume di anidride carbonica sufficiente a esaurire metà del budget di carbonio rimanente per restare al di sotto della fatidica soglia di 1,5 gradi Celsius. 

I progetti presi in esame dallo studio sono:  

  • estrazione di gas in Mozambico;  
  • olio e sviluppo del gas in Suriname;  
  • trivellazione di petrolio e gas nel bacino del Permiano degli Stati Uniti;  
  • estrazione di petrolio e gas nella regione di Vaca Muerta in Argentina;  
  • consumo di carbone e gas nel Payra Hub in Bangladesh;  
  • le nuove centrali elettriche a carbone della Cina;  
  • le miniere di carbone dell’India;  
  • espansione del carbone nel Filippine;  
  • estrazione di gas come parte dell’Australia’s Burrup Centro;  
  • perforazione per oil & gas nel Mare di Barents in Norvegia;  
  • olio e l’estrazione del gas e la costruzione di gasdotti in Oriente Mediterraneo;  
  • perforazione offshore nel Regno Unito. 

 

Chi sono i finanziatori?

Le più grandi società di gas e petrolio mondiali sono coinvolte in questi progetti, alcune più di altre. Infatti, ExxonMobil, BP e Total sono coinvolte in otto di questi progetti, Royal Dutch Shell e Chevron in cinque mentre Repsol ed Eni in tre.  

Anche molte istituzioni finanziarie hanno dato vita a questi progetti, con 1,6 trilioni di dollari in prestiti e sottoscrizioni e 1,1 trilioni in obbligazioni e azioni, di cui quasi la metà forniti dai 20 migliori investitori. Di questi 20, tre quarti sono statunitensi con BlackRock in prima linea con 110 miliardi di dollari, i restanti 5 si trovano, invece, in Europa: fondo pensione del governo norvegese, UBS (Svizzera), Deutsche Bank (Germania), Legal & General (Regno Unito). 

Non tra le prime 20 ma comunque coinvolte nel mucchio degli investitori bancari ritroviamo Intesa Sanpaolo e UniCredit che con finanziamenti da 30 miliardi, da sole sono responsabili dell’emissione di 75 milioni di tonnellate di CO2, oltre quattro volte le emissioni prodotte da tutte le centrali a carbone del Paese, secondo Greenpeace.  

E il carbone? 

Per quanto riguarda i finanziamenti al carbone, per quanto inferiori, comunque non sono da sottovalutare. Sono più di 400 i progetti approvati per l’apertura di nuove miniere in tutto il mondo. Il rischio è di un aumento delle emissioni di 2,28 miliardi di tonnellate l’anno di CO2. Alla guida di questa espansione ci sono quattro paesi: Cina, India, Russia e Australia.  

I finanziamenti al carbone sono ancora consistenti, con una cifra che raggiunge 745 miliardi di dollari solo tra il 2017 e il 2019 per lo sviluppo di nuove centrali.  

Le azioni intraprese fin’ora

Alcune banche e istituti finanziari stanno già intraprendendo azioni per limitare i finanziamenti, ma resta difficile cercare di valutare se si tratti di greenwashing o di piani concreti che prevedono un progressivo rilancio verso la sostenibilità.  

Per ora sono 16 le istituzioni finanziarie che possono contare su una strategia solida di eliminazione graduale del carbone (tra cui AXA e UniCredit) e 30 i gruppi finanziari che escludono alcune società carbonifere nei loro piani di espansione.  

Purtroppo però, sono ancora 210 i principali istituti finanziari che non prevedono nessun piano, come la maggior parte delle banche e fondi assicurativi.  

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Come raggiungere gli obiettivi zero emissioni?

La strada è ancora troppo lunga. 

Da qui deriva l’appello di numerosi attivisti come Christiana Figueres – l’ex-capo delle Nazioni Unite – che con una lettera al The Guardian vogliono esortare le aziende pensionistiche a sottoscrivere principi di investimento verdi.
 
L’obiettivo è quello di far sottoscrivere le aziende alla “Carta delle pensioni verdi”. La Carta prevede che le imprese garantiscano un regime pensionistico a zero emissioni entro il 2050 e fissino degli obiettivi a breve termine (2030) per dimezzare le emissioni dei loro portafogli. 
 
Alcuni fondi pensione si sono già impegnati e ad oggi £400 miliardi sono investiti in fondi con obiettivo zero emissioni. 

Conclusioni

È necessario che si registri una forte crescita per i finanziamenti alle energie rinnovabili e che i governi mondiali comincino a disincentivare gli investimenti nel petrolio.  

Fermare il sostegno ai combustibili fossili tramite gli investimenti è una manovra necessaria se vogliamo avere qualche possibilità di raggiungimento degli obiettivi prefissati da Parigi. 

Il mondo della finanza deve accompagnare forzatamente questa crescita e aiutare lo sviluppo di alternative sostenibili.  

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